Della vicenda, triste di per sé, della giraffa eliminata in uno zoo, la cosa che più mi ha impressionato è che essa sia stata sezionata (la notizia mi sembra incredibile, spero sia falsa) anche alla vista di bambini e che parti del suo corpo (la foto era pubblicata!) siano state date in pasto ai leoni sotto gli occhi sempre di bimbi che non raggiungevano i 10 anni di età.
Mi ha ricordato la mia prima lezione di anatomia. Sul tavolo di marmo c'era un "preparato" ( gli anatomisti chiamano così le parti di cadaveri). Nel mio caso un braccio, sezionato all'altezza della spalla.
Nessuno dei mie docenti mi aveva preparato a questo. Utilizzare della morte per imparare.
Mentre i colleghi di corso si affollavano per ottenere i posti migliori intorno al tavolo anatomico, io provavo solo un immenso senso di pena. Non solo per quel povero resto, per la persona cui era appartenuto, tecnicamente un "cadavere non reclamato", ma per tutti noi, resi ciechi dal desiderio di vedere e spavaldi dalla giovane età.
Me ne sono andata.
Ora mi chiedo, i bimbi pigiati intorno alla gabbia dei leoni, con il resto di giraffa dal bel manto riconoscibile, da chi sono stati preparati? Chi ha mediato per loro questo incontro? La pietà dei macellai seziona e affetta la carne che mangiamo, separandola così dall'immagine che noi custodiamo del vivente cui apparteneva e al quale, in ogni modo, ci sentiamo accomunati come abitanti del pianeta
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mercoledì 12 febbraio 2014
martedì 31 dicembre 2013
Le nostre origini
Giorni fa con Roberta Gambarini riflettevo sulla necessità di dichiarare, anche nel mondo del lavoro, le nostre origini, da dove veniamo, culturalmente e geograficamente. Lei "vive nel mondo", non credo passi più di due settimane nella stessa città, io vivo nel mio cortile, ma l'esigenza è la medesima. Lavorare dichiarando chi siamo.
Sa devo pensare al luogo dal quale provengo, direi il Mediterraneo e la Grecia classica, passando dal banco del liceo di via Lanzone. Io vengo da là, dalla poesia dei lirici, dalla tragedia, dai misteri eleusini. Baccanti di Euripide nella mia mente si confonde con la Taranta del nostro Sud. Gli attori, maschi, di Epidauro nella fantasia camminano dignitosi a fianco della carovana dei comici della Commedia dell'Arte, in un'unitaria processione composta da "coloro che rappresentano altri", che è arrivata sino alla mia famiglia, alla compagnia di giro dei mie bisnonni, la cui memoria riposa ora nel baule di scena scampato all'ultima tournée. Dentro di me si è sedimentata sulla poesia di Saffo la mia esperienza femminile amorosa e nelle icone delle divinità asiatiche, che ho incontrato da ragazza, ho ritrovato il sorriso arcaico della Atena del primo Partenone.
Sa devo pensare al luogo dal quale provengo, direi il Mediterraneo e la Grecia classica, passando dal banco del liceo di via Lanzone. Io vengo da là, dalla poesia dei lirici, dalla tragedia, dai misteri eleusini. Baccanti di Euripide nella mia mente si confonde con la Taranta del nostro Sud. Gli attori, maschi, di Epidauro nella fantasia camminano dignitosi a fianco della carovana dei comici della Commedia dell'Arte, in un'unitaria processione composta da "coloro che rappresentano altri", che è arrivata sino alla mia famiglia, alla compagnia di giro dei mie bisnonni, la cui memoria riposa ora nel baule di scena scampato all'ultima tournée. Dentro di me si è sedimentata sulla poesia di Saffo la mia esperienza femminile amorosa e nelle icone delle divinità asiatiche, che ho incontrato da ragazza, ho ritrovato il sorriso arcaico della Atena del primo Partenone.
giovedì 28 febbraio 2013
La creatività delle file
Il Corriere della Sera riportava giorni fa una ricerca secondo la quale il tempo che passiamo in fila, aspettando il nostro turno, è di alcune centinaia di ore l'anno. Nell'articolo tale tempo veniva considerato come strappato alla vita. Tempo perduto. Mi permetto di dissentire. Adoro le file, mi concedono una libertà impossibile da raggiungere in altre occasioni, riposo, quiete e solitaria meditazione.
Ho trovato molte soluzioni a problemi personali e lavorativi in fila, col mio numero progressivo in mano. Mi sono dedicata, legittimamente alla mia attività preferita: osservare la gente, in fila al bancone del supermercato. In fila, dal panettiere, in una via del centro di Milano, ho scritto su un tovagliolo di carta la poesia che mi ha fruttato un primo premio a un concorso di opere inedite. Sempre in fila, alla posta, su un bollettino, ho scritto una brevissima seconda poesia, che mi ha dato la possibilità di venir pubblicata in una antologia tutta al femminile.
Non avrei trovato migliore ispirazione, ascoltavo, vedevo, guardavo, annusavo. Finalmente sola, libera, in giustificato riposo.
Ho trovato molte soluzioni a problemi personali e lavorativi in fila, col mio numero progressivo in mano. Mi sono dedicata, legittimamente alla mia attività preferita: osservare la gente, in fila al bancone del supermercato. In fila, dal panettiere, in una via del centro di Milano, ho scritto su un tovagliolo di carta la poesia che mi ha fruttato un primo premio a un concorso di opere inedite. Sempre in fila, alla posta, su un bollettino, ho scritto una brevissima seconda poesia, che mi ha dato la possibilità di venir pubblicata in una antologia tutta al femminile.
Non avrei trovato migliore ispirazione, ascoltavo, vedevo, guardavo, annusavo. Finalmente sola, libera, in giustificato riposo.
martedì 5 febbraio 2013
Resilienza
Giorni fa il presidente americano Obama ha parlato di resilienza relativamente alla capacità della nazione di far fronte alla crisi economica. La parola è sembrata così strana che i giornali italiani hanno dedicato alcune pagine non solo a spiegarne il significato ma a esplicitarne l'etimo. In campo medico, soprattutto foniatrico, la parola è ben nota e il suo affiorare nel paziente è sperato perché portatore di una guarigione dalla sofferenza dell'anima nel confrontarsi con la malattia propria o di un famigliare e di far fronte al lutto che essa comporta. La resilienza in medicina è la possibilità di trovare in se stessi la capacità di reagire a un trauma. Il termine, nella fisica, indica la caratteristica intrinseca di un corpo di non spezzarsi nell'impatto ma di respingere l'oggetto contundente senza creare danno neppure ad esso. Resiliente è in massimo grado il pavimento di legno di una sala danza, che accoglie il salto del danzatore e lo accompagna, e ne facilita, l'elevazione successiva. Nella nostra lingua, un buon metodo per conoscere il significato di un termine è cercare i suoi possibili sinonimi e le sue antinomie. Sono convinta, non fosse altro che per un criterio di linguistica economia, che di nessun concetto esistono due modalità espressive del tutto equivalenti. Se due parole davvero fossero dotate di un medesimo significato, una delle due sarebbe finita in disuso, completamente vicariata dall'altra. Resilienza si staglia quindi solitaria nel nostro vocabolario personale. Tanto solitaria da essere ignorata, figurarsi praticata. D'altra parte, se essa fosse una parola di uso comune, possederebbe un'antinomia, cioè un termine che esprime esattamente il suo contrario, tanto è vero che dei suoi "falsi sinonimi" possediamo antinomie evidenti. Ma resilienza si sottrae a questa seconda regola e, contemporaneamente, sfugge a ogni definizione mediata da termini appartenenti allo stesso universo semantico. Non è elasticità, la cui antinomia è rigidità. Non duttilità, non deformabilità. Il nostro animo, all'impatto del lutto, non si deforma (rimaniamo i medesimi, modificati), non si allunga facendosi tirare il fili (non siamo duttili alla perdita), non dimostra compliance (non ci comportiamo come una membrana microfonica). Non assorbiamo il lutto, il trauma, la malattia, né lo rimbalziamo, rendendocene impermeabili. Se siamo resilienti, ci comportiamo come il pavimento della sala danza: lo subiamo senza fratturarci e favoriamo il suo allontanamento, impedendogli di mettere radici dentro di noi. Favorire la resilienza del paziente, e la nostra stessa, è un compito.
lunedì 28 gennaio 2013
Anni fa, non so se si trattasse del report di un articolo scientifico o di una leggenda passata per tale, avevo letto su una rivista che una pianta, posta a fianco di una pentola in ebollizione, dimostrava segni di sofferenza quando in quella venivano gettati dei gamberi vivi. Una sorta di "vitale partecipazione" alla morte di un altro essere vivente. Questo è quello che provo ogni volta che leggo della sofferenza degli altri o che la incontro per la strada o nel mio studio. Per un circuito, che non ha nulla a che fare con le fibre afferenti nocicettive, i miei neuroni entrano in sofferenza, in condoglianza. E questo non mi genera solo un malessere psichico (come potrebbe essere se si trattasse solo di un'increzione di cortisolo) ma un dolore fisico, così che tutta la mia omeostasi ne viene turbata. La morte di tanti ragazzi, che avrebbero potuto essere stati miei figli, nella discoteca brasiliana, i morti dell'Egitto in questi giorni, tutto mi fa male. Mi ricordo una lettera di Raine Maria Rilke a Lou Salomé nella quale descriveva, con perizia da neurologo, un passante affetto da corea e la sofferenza insopportabile che l'incontro gli aveva generato. Incontro tanto significativo da essere inserito, trasposizione della vita in arte, nel suo testo "I quaderni di Malte L. Brigge".
lunedì 31 dicembre 2012
Il 15 dicembre 2012, aula Artec. Si parlava della condizione dei pazienti con demenza senile. Se qualcuno accudisce un parente che ne è portatore, sa perfettamente quale è la sua condizione: una memoria che non trattiene il presente e neppure il passato prossimo, un certo grado di perdita di inibizione, l'apprezzamento di tutto ciò che può dare un certo piacere. Qui ci siamo fermati. Cosa può dare piacere a un anziano? La tavola. Il cibo, ben cucinato e ben preparato. Cucino bene, gli anziani di famiglia apprezzano la mia tavola. Ma chi non vive coi parenti, gli ospiti delle case di riposo? Per loro pollo lesso e minestrina! La problematica era ben presente ai miei allievi. Tra loro qualcuno aveva già tentato di cambiare le cose, sensibilizzando le cucine degli istituti dove lavora come logopedista. Risultati, pochi.
Allora parliamone con altri, fondiamo un blog.Ci siamo detti. E non si tratta delle solite cose che si dicono: favoriamo la deglutizione, si sa la presbifagia è una tappa obbligata del nostro rapporto col cibo, evitiamo rischi di ingestione, di aspirazione, istruiamo il caregiver alla preparazione e somministrazione del pranzo.
Qui si tratta di ben altro. Si tratta di ridare una fonte di piacere corporeo a chi per età scarseggia di fonti alternative o per inabilità da solo non ha altre possibilità di procurarselo. Si tratta di custodire e premiare il gusto, il senso che impariamo a coltivare da neonati e che è l'ultimo che ci abbandona. Chi meglio di un medico o di un terapista può difendere questa causa?
Magnifico mestiere il nostro, che usa della scienza per difendere la dignità del soggetto.
Così è nato "non solo linguaggio", per chi si sente stretto nel ruolo di medico e riabilitatore.
Senza generalizzazioni, è nato perché sono stanca di rimanere alla mia scrivania. Chi è stanco del ruolo unicamente clinico nel quale il medico si autoconfina sono io. Ho bisogno di dedicarmi al sociale, ai bisogni e ai diritti dei mie pazienti, non solo alle loro malattie
Riscoprire il gusto della tavola nelle case di riposo, abbasso pollo e minestrina, è un inizio come un altro. Da qualcosa si deve partire per discutere insieme.
Poi parleremo d'altro, di quello che la nostra professione ci fa incontrare, di come sostenere i diritti e i bisogni dei nostri malati.
Allora parliamone con altri, fondiamo un blog.Ci siamo detti. E non si tratta delle solite cose che si dicono: favoriamo la deglutizione, si sa la presbifagia è una tappa obbligata del nostro rapporto col cibo, evitiamo rischi di ingestione, di aspirazione, istruiamo il caregiver alla preparazione e somministrazione del pranzo.
Qui si tratta di ben altro. Si tratta di ridare una fonte di piacere corporeo a chi per età scarseggia di fonti alternative o per inabilità da solo non ha altre possibilità di procurarselo. Si tratta di custodire e premiare il gusto, il senso che impariamo a coltivare da neonati e che è l'ultimo che ci abbandona. Chi meglio di un medico o di un terapista può difendere questa causa?
Magnifico mestiere il nostro, che usa della scienza per difendere la dignità del soggetto.
Così è nato "non solo linguaggio", per chi si sente stretto nel ruolo di medico e riabilitatore.
Senza generalizzazioni, è nato perché sono stanca di rimanere alla mia scrivania. Chi è stanco del ruolo unicamente clinico nel quale il medico si autoconfina sono io. Ho bisogno di dedicarmi al sociale, ai bisogni e ai diritti dei mie pazienti, non solo alle loro malattie
Riscoprire il gusto della tavola nelle case di riposo, abbasso pollo e minestrina, è un inizio come un altro. Da qualcosa si deve partire per discutere insieme.
Poi parleremo d'altro, di quello che la nostra professione ci fa incontrare, di come sostenere i diritti e i bisogni dei nostri malati.
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